Castelvolturno

Sconvolgente e ricca di speranza

Postato il Aggiornato il

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

documento dell’ispettorato sull’immigrazione – I meridionali – 1912

Impressioni a caldo affidate ad un amico che prima di me ha vissuto Castelvolturno.

Ci sono tante cose che girano nella testa: tutto quello che abbiamo vissuto, ascoltato, visto, toccato, sentito in questi 4 giorni.

Molto di quello che ci si porta a casa dopo esperienze di questo tipo non sono cose scritte o che si riescono a raccontare: sono gli sguardi, le risate, gli occhi… Ho bevuto (da buona spugna) tutto quello che ho potuto: frammenti di vita, traversate in mare, viaggi nel deserto; vite passate ma anche vite future: i progetti, i sogni…e quella, a mio parere inspiegabile, forza che solo gli africani hanno dentro. “Devi vivere quello che la vita ti mette davanti, fino a che il tuo cuore non si è fermato; se il tuo cuore non si è ancora fermato, ringazia Dio di essere ancora vivo e continua a lottare” mi ha detto in un italiano in via di miglioramento il mio amico Kenneth tra un sorriso e l’altro.

Forse (e dico forse perché avrò modo, con i giorni, con i mesi di rielaborare questa esperienza) quello che porto a casa di più prezioso è proprio questa loro infinita forza a non arrendersi, a continuare a lottare, a conquistarsi una vita degna di essere definita “vita”. Non abbiamo che da imparare.

Non so se ho capito qualcosa di Castel Volturno…le leggi, le dinamiche di gestione tipicamente italiane, la camorra…non sono molto brava a captare queste cose, ma riesco bene a cogliere gli sguardi. Ed ora che sono nel mio letto e non riesco a dormire, me li vedo ricomparire uno ad uno. Quegli occhi che parlano, sussurrano, cantano, soffrono ed urlano; quegli occhi così profondi, così pieni, così…struggenti.

Non ho avuto modo di conoscere bene nessun ragazzo di Castel Volturno, ma questo viaggio mi ha permesso di conoscere meglio i 4 ragazzi di Lodi ospitati presso la nostra casa dell’accoglienza; mi ha permesso di andare oltre all’etichetta di “richiedente asilo”, “in cerca di lavoro” e “in attesa del permesso di soggiorno” con le quali li riconosciamo. Mi ha dato la grandissima opportunità di vederli così come sono: ragazzi di 20, 25 e 30 anni, con storie alle spalle che non riusciamo nemmeno ad immaginare, con sogni, emozioni, desideri e dolori. Mi hanno colpito molto le loro lacrime, nascoste, trattenute. Al momento dei saluti, dell’addio, della consapevolezza che domani non sarà più come oggi, Kenneth, solitamente così allegro e pronto allo scherzo, se ne stava da solo sul pullmino che li avrebbe riportati a casa. L’ho guardato e gli ho detto “Non mi saluti?”. Lui si è girato dall’altra parte. Sono corsa accanto a lui, l’ho abbracciato e gli ho sussurrato “Please, don’t cry”. Quelle lacrime erano le mie lacrime.